Salvi -  La lingua del Mi. Il Padano e i suoi dialetti
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Sulle pagine di questo libro si sbriciola il mito forse più pervicace alla base del Risorgimento: che l’Italia fosse (e sia) “una di lingua”. Accanto a questo mito traballano molti altri luoghi comuni: che l’Italia sia una penisola; che il suo nome abbia coperto l’intero Paese quale risulta oggi e non, alternativamente, gli attuali Sud e Nord; che le regioni allestite nel 1970 rispettino le identità etniche e culturali sottostanti; che il rapporto tra lingua di Stato e dialetti di popolo sia quello insegnato nei gradi e negli ordini bassi della scuola di Stato e professato di conseguenza dalle classi alte dei professionisti della politica e della pubblica opinione. Da mezzo secolo, ormai, la ricerca linguistica internazionale ha stabilito, con dovizia di particolari, che sul territorio dell’attuale repubblica italiana si parla no, a partire dall’alto medioevo, almeno cinque lingue autoctone, una sola delle quali, il Toscano, ha prodotto la cosiddetta “lingua nazionale” condannando gli altri idiomi al ruolo secondario di “dialetti”. Una di queste lingue considerate “inferiori”, il Padano, non fruisce di una forma standard ma si presenta come una “federazione di dialetti”, strettamente correlati, strutturalmente diversi dal Toscano e assai più facilmente apparentabili al Francese, all’Occitano, al Catalano. Sono dialetti parlati in Italia ma non sono, glottologicamente, dialetti ita- liani. La caratteristica più appariscente di questo Padano è che in esso, unica tra le dodici lingue scaturite dal Latino, il pronome personale non deriva dal nominativo ego ma dall’accusativo me: un fenomeno così eccezionale, tetimoniato da Ivrea a Pesaro, da Ventimiglia a Oderzo, che ha fornito l’occasione del titolo di questo libro, rivolto a ogni lettore che tenti di sfuggire alla dittatura così perniciosa del luogo comune.


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