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La seconda metà del dodicesimo secolo fu caratterizzata da una delle più accese polemiche della Scolastica medievale: «polemizzavano tra loro con insolito ardore francescani e domenicani, quasi che alla soluzione di essa fosse legato il prestigio del rispettivo ordine», scrive Bruno Nardi accennando ad essa. Nel 1312 il Concilio di Vienne pose bruscamente fine alla disputa, che fino ad allora si era mantenuta nei limiti di una controversia filosofico-metafisica, coll’imprimere ad essa una deriva teologica: il primo decreto del concilio, dedicato alla modalità dell’unione anima-corpo dell’uomo, sancì in modo implicito l’ortodossia teologica della proposta metafisica dei secondi e dichiarò eretica, da quel momento in poi, qualsiasi opinione con essa contrastante. Pochi anni dopo, la metafisica implicitamente condannata trovò nuova espressione nei versi della Commedia: i suoi presupposti permisero all'auctor del poema di affollare i suoi tre regni oltre-mondani con spiriti di personaggi contemporanei e lontani nel tempo plasticamente scolpiti, e fornirono al suo viator la fede incrollabile nel destino glorioso delle anime umane e degli angeli.